Architettura nel piccolo Stato
Architetture esemplari a San Marino
La seduzione del luogo
Racconto e documento
Immagini per frammenti
Immagini per frammenti
A pochi anni dalla sua nascita ufficiale, avvenuta in Francia
nel 1839, la fotografia è stata percepita subito come uno strumento
utile per la documentazione del paesaggio. Il motivo
è evidente: in un’epoca di grandi trasformazioni tecnico-industriali,
un mezzo di riproduzione della realtà veloce e automatico
era il naturale interlocutore di una società che doveva
rappresentarsi e documentarsi in maniera sempre più
veloce, efficiente ed economica. Non è un caso allora che
proprio lo Stato francese, per la prima volta nella storia, abbia
incaricato una serie di fotografi di documentare i beni
architettonici sparsi sul territorio. La nuova finestra sul
mondo era infatti a disposizione per creare un catalogo della
realtà che non era stato mai così preciso, quasi emanato da
ciò che andava a catturare. Per questo La Mission Héliographique,
rappresentando in maniera diretta ed elegante cattedrali,
ponti, reperti archeologici, costituisce un archetipo
fondamentale di quanto la fotografia sia provvista di un’efficacia
e di un fascino che trascende comunque la sola documentazione,
mettendo in causa la memoria, la rimanenza,
l’esserci stesso delle cose.
La storia della committenza pubblica in fotografia ha oggi
una lunga tradizione. Dalle indagini sociologiche volute dalla
FSA durante la grande depressione americana degli anni
trenta, coinvolgendo autori imprescindibili quali Walker
Evans e Dorothea Lange, fino al proliferare, dagli anni ottanta
in poi, di indagini sulle violente trasformazioni del paesaggio
postindustriale. Per citarne alcune, la Mission Photographique
de la Datar, ancora sul paesaggio francese, la Mission
Photographique Transmanche, sulla costruzione del
tunnel sotto la Manica, l’Archivio dello Spazio, sui cambiamenti
di un territorio complesso quale la provincia di Milano (per un approfondimento sulla storia
della committenza pubblica si veda Fotografia e committenza pubblica. Esperienze storiche e contemporanee, a cura di Roberta Valtorta,
Lupetti-Museo di Fotografia Contemporanea, Milano 2009).
Dal punto di vista del linguaggio si è assistito a un progressivo
spostamento verso un’interpretazione sempre più libera
e fortemente influenzata dai percorsi dell’arte contemporanea,
sia per una rinnovata sensibilità dei fotografi, sia per
una parallela attualizzazione delle richieste dei committenti,
oggi più attenti alle letture contemporanee applicate all’idea
di paesaggio. Anche l’incarico da parte dell’Università
degli studi su richiesta della Repubblica di San Marino si inserisce
in questo solco. Volendo leggere alcune architetture
significative del territorio, si è scelto di commissionare il lavoro
a un gruppo di fotografi provenienti da esperienze diverse,
ma tutti accomunati da un approccio linguistico attuale.
Ne consegue una interpretazione delle strutture architettoniche
libera, frammentaria, non prettamente analitico-
descrittiva, in sintonia con l’odierna complessità, difficilmente
decifrabile in modo totalizzante e sistematico.
Nell’avvicinarsi alla scuola elementare di Ca’ Caccio di Gilberto
Rossini, Alberto Dedè sceglie di mettere in posa i bambini,
facendo dialogare la loro presenza con queste architetture,
secondo la modalità del ritratto ambientato. L’uso del
flash, la dialettica fra l’interno e l’esterno, l’utilizzo della
struttura quasi come una quinta o un fondale, dona alle immagini
un carico di teatralità che prova a narrare impercettibilmente
la condizione esistenziale dei bambini all’interno
della scuola.
L’indagine visiva a cui Richard Sympson sottopone la chiesa
della Beata Vergine della Consolazione di Giovanni Michelucci
si focalizza su elementi strutturali resi in dettaglio, ricercando
un dialogo fra la luce e i moduli architettonici che
si faccia segno, anche astratto eppure simbolico. Quasi una
grafia della trascendenza in cui il significante può essere
riempito di volta in volta da chi vi si avvicina.
Per Roberto Marossi, chiamato a lavorare sul ristorante Diamond
progettato da Giuseppe Vaccaro, il punto nodale si è
rivelato il confronto fra il progetto dell’architetto e la vita
odierna dello spazio. Proprio nel tentativo di ritrovare
un’originalità dell’intervento, l’autore decide di far abitare il
ristorante non per il suo uso quotidiano, ma praticando una
sorta di performance che alluda a un senso di perdita funzionale,
che paradossalmente rinnova lo sguardo.
Pino Musi presenta invece un’unica immagine che imprime
un taglio deciso all’imponente architettura del World Trade
Center di Norman Foster e Partners. Si intuisce chiaramente la volontà di interpretare le forme architettoniche non secondo
una visione constatativa della loro presenza volumetrica,
bensì con un’attenzione agli aspetti tonali e geometrici,
che restituisce un incontro inaspettato in cui luce, ombra,
trasparenza e opacità concorrono a una dialettica continua
fra palpabile e impalpabile.
Con una poetica poco legata agli aspetti del reportage e della
fotografia documentaria, Stefano Graziani esplora l’intervento
di riqualificazione del Palazzo del governo a firma di
Gae Aulenti procedendo per frammenti. Particolari che segnalano
l’inserimento di elementi contemporanei nella
struttura ottocentesca, alludendo alla fruizione attuale di
uno spazio istituzionale carico di storia, che è contemporaneamente
meta di visita turistica.
Fotografo attento all’ambiente urbano spesso per le interazioni
fra le sue architetture, il contesto e le persone che lo
abitano, Filippo Romano si approccia al recupero di Giancarlo
De Carlo della Banca di San Marino, già Cassa rurale, ponendo
l’accento sul rapporto fra la conservazione dell’esterno
e l’intervento di rinnovo estetico e funzionale dell’interno.
Alla austerità dell’edificio in mattoni, resa da un’inquadratura
frontale e rigorosa, si contrappone una visione che risalta
gli aspetti prospettici e i giochi di luce che disegnano i volumi
di un ambiente architettonico contemporaneo.
Tramite un linguaggio fotografico nutrito di una sensibilità
artistica che a volte si esprime anche attraverso la scrittura,
Moreno Gentili racconta la realtà delle cave di roccia riadibite a parcheggi non fermandosi al mero riutilizzo, ma mostrando
come l’elemento della parete rocciosa esploda il
proprio senso in più direzioni, diventando anche teatro di
scalate e immaginarie conquiste di pirati. Ne risulta una
narrazione laterale che rende conto della vita complessa di
un medesimo elemento.
Accordata alla poetica che da molti anni porta avanti nel
suo percorso di ricerca è la lettura che Luca Andreoni applica
alle gallerie della vecchia ferrovia degli anni trenta e alle
cisterne sottostanti a Piazza della Libertà. L’illuminazione
filtrante e artificiale dona un senso di sospensione che le
rende quasi delle apparizioni fuori dal tempo del loro uso e,
nella modellazione che la luce infonde alla materia, viene
messa in risalto l’ambiguità di spazi artificiali nei quali vi è
la forte presenza di elementi naturali nelle rocce, nei muschi,
nelle concrezioni.
È invece una ricostruzione ideale del percorso delle antiche
risalite al monte progettate da Gino Zani, oggi solo parzialmente
utilizzabili, quella che Alessandro Scotti produce attraverso
una serie di immagini notturne che tendono a isolare
il cammino sulle mura, escludendo le distrazioni visive
circostanti, anche tramite l’uso della luce artificiale.
Sia pure in una realtà circoscritta come il piccolo Stato di
San Marino, è possibile allora cogliere quella che è la cifra
caratteristica del territorio e della società contemporanea:
diviene impossibile una visione di insieme, ma si procede
per schegge, intuizioni, narrazioni, anche enigmi.

