Patrizia Ferreri, Sergio Giusti
Immagini per frammenti

A pochi anni dalla sua nascita ufficiale, avvenuta in Francia nel 1839, la fotografia è stata percepita subito come uno strumento utile per la documentazione del paesaggio. Il motivo è evidente: in un’epoca di grandi trasformazioni tecnico-industriali, un mezzo di riproduzione della realtà veloce e automatico era il naturale interlocutore di una società che doveva rappresentarsi e documentarsi in maniera sempre più veloce, efficiente ed economica. Non è un caso allora che proprio lo Stato francese, per la prima volta nella storia, abbia incaricato una serie di fotografi di documentare i beni architettonici sparsi sul territorio. La nuova finestra sul mondo era infatti a disposizione per creare un catalogo della realtà che non era stato mai così preciso, quasi emanato da ciò che andava a catturare. Per questo La Mission Héliographique, rappresentando in maniera diretta ed elegante cattedrali, ponti, reperti archeologici, costituisce un archetipo fondamentale di quanto la fotografia sia provvista di un’efficacia e di un fascino che trascende comunque la sola documentazione, mettendo in causa la memoria, la rimanenza, l’esserci stesso delle cose.
La storia della committenza pubblica in fotografia ha oggi una lunga tradizione. Dalle indagini sociologiche volute dalla FSA durante la grande depressione americana degli anni trenta, coinvolgendo autori imprescindibili quali Walker Evans e Dorothea Lange, fino al proliferare, dagli anni ottanta in poi, di indagini sulle violente trasformazioni del paesaggio postindustriale. Per citarne alcune, la Mission Photographique de la Datar, ancora sul paesaggio francese, la Mission Photographique Transmanche, sulla costruzione del tunnel sotto la Manica, l’Archivio dello Spazio, sui cambiamenti di un territorio complesso quale la provincia di Milano (per un approfondimento sulla storia della committenza pubblica si veda Fotografia e committenza pubblica. Esperienze storiche e contemporanee, a cura di Roberta Valtorta, Lupetti-Museo di Fotografia Contemporanea, Milano 2009).
Dal punto di vista del linguaggio si è assistito a un progressivo spostamento verso un’interpretazione sempre più libera e fortemente influenzata dai percorsi dell’arte contemporanea, sia per una rinnovata sensibilità dei fotografi, sia per una parallela attualizzazione delle richieste dei committenti, oggi più attenti alle letture contemporanee applicate all’idea di paesaggio. Anche l’incarico da parte dell’Università degli studi su richiesta della Repubblica di San Marino si inserisce in questo solco. Volendo leggere alcune architetture significative del territorio, si è scelto di commissionare il lavoro a un gruppo di fotografi provenienti da esperienze diverse, ma tutti accomunati da un approccio linguistico attuale. Ne consegue una interpretazione delle strutture architettoniche libera, frammentaria, non prettamente analitico- descrittiva, in sintonia con l’odierna complessità, difficilmente decifrabile in modo totalizzante e sistematico.
Nell’avvicinarsi alla scuola elementare di Ca’ Caccio di Gilberto Rossini, Alberto Dedè sceglie di mettere in posa i bambini, facendo dialogare la loro presenza con queste architetture, secondo la modalità del ritratto ambientato. L’uso del flash, la dialettica fra l’interno e l’esterno, l’utilizzo della struttura quasi come una quinta o un fondale, dona alle immagini un carico di teatralità che prova a narrare impercettibilmente la condizione esistenziale dei bambini all’interno della scuola.
L’indagine visiva a cui Richard Sympson sottopone la chiesa della Beata Vergine della Consolazione di Giovanni Michelucci si focalizza su elementi strutturali resi in dettaglio, ricercando un dialogo fra la luce e i moduli architettonici che si faccia segno, anche astratto eppure simbolico. Quasi una grafia della trascendenza in cui il significante può essere riempito di volta in volta da chi vi si avvicina. Per Roberto Marossi, chiamato a lavorare sul ristorante Diamond progettato da Giuseppe Vaccaro, il punto nodale si è rivelato il confronto fra il progetto dell’architetto e la vita odierna dello spazio. Proprio nel tentativo di ritrovare un’originalità dell’intervento, l’autore decide di far abitare il ristorante non per il suo uso quotidiano, ma praticando una sorta di performance che alluda a un senso di perdita funzionale, che paradossalmente rinnova lo sguardo.
Pino Musi presenta invece un’unica immagine che imprime un taglio deciso all’imponente architettura del World Trade Center di Norman Foster e Partners. Si intuisce chiaramente la volontà di interpretare le forme architettoniche non secondo una visione constatativa della loro presenza volumetrica, bensì con un’attenzione agli aspetti tonali e geometrici, che restituisce un incontro inaspettato in cui luce, ombra, trasparenza e opacità concorrono a una dialettica continua fra palpabile e impalpabile.
Con una poetica poco legata agli aspetti del reportage e della fotografia documentaria, Stefano Graziani esplora l’intervento di riqualificazione del Palazzo del governo a firma di Gae Aulenti procedendo per frammenti. Particolari che segnalano l’inserimento di elementi contemporanei nella struttura ottocentesca, alludendo alla fruizione attuale di uno spazio istituzionale carico di storia, che è contemporaneamente meta di visita turistica.
Fotografo attento all’ambiente urbano spesso per le interazioni fra le sue architetture, il contesto e le persone che lo abitano, Filippo Romano si approccia al recupero di Giancarlo De Carlo della Banca di San Marino, già Cassa rurale, ponendo l’accento sul rapporto fra la conservazione dell’esterno e l’intervento di rinnovo estetico e funzionale dell’interno. Alla austerità dell’edificio in mattoni, resa da un’inquadratura frontale e rigorosa, si contrappone una visione che risalta gli aspetti prospettici e i giochi di luce che disegnano i volumi di un ambiente architettonico contemporaneo.
Tramite un linguaggio fotografico nutrito di una sensibilità artistica che a volte si esprime anche attraverso la scrittura, Moreno Gentili racconta la realtà delle cave di roccia riadibite a parcheggi non fermandosi al mero riutilizzo, ma mostrando come l’elemento della parete rocciosa esploda il proprio senso in più direzioni, diventando anche teatro di scalate e immaginarie conquiste di pirati. Ne risulta una narrazione laterale che rende conto della vita complessa di un medesimo elemento.
Accordata alla poetica che da molti anni porta avanti nel suo percorso di ricerca è la lettura che Luca Andreoni applica alle gallerie della vecchia ferrovia degli anni trenta e alle cisterne sottostanti a Piazza della Libertà. L’illuminazione filtrante e artificiale dona un senso di sospensione che le rende quasi delle apparizioni fuori dal tempo del loro uso e, nella modellazione che la luce infonde alla materia, viene messa in risalto l’ambiguità di spazi artificiali nei quali vi è la forte presenza di elementi naturali nelle rocce, nei muschi, nelle concrezioni.
È invece una ricostruzione ideale del percorso delle antiche risalite al monte progettate da Gino Zani, oggi solo parzialmente utilizzabili, quella che Alessandro Scotti produce attraverso una serie di immagini notturne che tendono a isolare il cammino sulle mura, escludendo le distrazioni visive circostanti, anche tramite l’uso della luce artificiale. Sia pure in una realtà circoscritta come il piccolo Stato di San Marino, è possibile allora cogliere quella che è la cifra caratteristica del territorio e della società contemporanea: diviene impossibile una visione di insieme, ma si procede per schegge, intuizioni, narrazioni, anche enigmi.