Maddalena Scimemi
La seduzione del luogo

Il testo completo di note e riferimenti bibliografici è pubblicato nel catalogo della mostra

Ogni architettura nasce da un bisogno. E fin dal primo istante in cui l’architettura prende forma, il bisogno originario innesca un sistema di relazioni, alcune concrete e altre impalpabili, che si sviluppano in sincronia con lo spazio. Relazioni tra discipline e materiali, tra competenze individuali e interessi pubblici o privati, tra morfologia del territorio e risorse economiche. Relazioni così forti da costituire una rete innervata, attraverso la quale lo spazio si esprime o, nei casi meno felici, rimane impigliato.
Ad un grande investigatore di relazioni, l’architetto inglese Cedric Price (1934-2003), questa Biennale ha riservato uno spazio dedicato. Anche se giunge postumo, questo riconoscimento riflette un consapevole mutamento di obiettivi da parte della critica architettonica contemporanea, oggi finalmente orientata verso la ricerca di soluzioni condivise, socialmente sensibili, nell’etica del riciclo dei materiali e della riconversione funzionale, tanto libera da logiche site-specific, quanto impegnata nel formulare risposte la cui efficacia risulti circoscritta temporalmente.
Nulla di nuovo, sembrerebbe, se si considerano i progetti di certi architetti radicali degli anni sessanta e settanta del secolo scorso, tra i quali occupa appunto un posto di rilievo Price, le cui idee sono rimaste quasi integralmente sulla carta proprio per la loro vocazione pionieristica. Eppure nel tema proposto in questa Biennale del 2010 – “people meet in architecture” – non bisogna fermarsi a leggere l’ennesimo ricorso della storia, bensì riconoscere in quell’incontro tra persone tutta la sfida di una verifica necessaria e improcrastinabile per il mondo dei progettisti. Una verifica che accende una provocazione, forse “la” provocazione per eccellenza che si presenta alla conclusione di ogni cantiere: da questa architettura sono scaturite relazioni positive tra i fruitori? Lo spazio concepito artificialmente è stato capace di favorire il contatto spontaneo interpersonale, di produrre benessere collettivo e, contemporaneamente, di salvaguardare il rispetto dell’individuo?
Applicata alla realtà costruita della minuscola e fiorente Repubblica di San Marino e affidata alla restituzione bidimensionale delle fotografie di nove autori, questa verifica ha generato immagini sorprendenti. Ma è importante sottolineare che se la verifica fosse stata delegata, ad esempio, a una serie di questionari da rivolgere ai cittadini e agli utenti – e non all’occhio di un fotografo – l’esito sarebbe stato ben diverso e lo choc dell’esperienza visiva non avrebbe avuto luogo. Il punto è che dell’insieme di architetture sammarinesi selezionate si è voluta verificare la riuscita non solo in quanto spazi di incontro, ma anche in quanto spazi d’autore, scegliendo deliberatamente opere di protagonisti della cultura architettonica del Novecento. E, per accentuare la criticità del confronto, a tali opere – tutte accessibili al pubblico – sono stati affiancati percorsi, luoghi e strutture che, indipendentemente dal progetto originario che li aveva concepiti, hanno mutato funzione e si sono tramutati più o meno spontaneamente in imprevedibili spazi di relazione. Così il camminamento merlato progettato da Gino Zani lungo le fortificazioni della città storica si è trasformato in spettacolare itinerario paesaggistico; così le grandi esedre di pietra generate dalle cave di arenaria, nelle quali fino agli anni cinquanta lavoravano gli scalpellini sammarinesi, sono state convertite in parcheggi e in palestre per arrampicata; così le gallerie nelle quali correva la ferrovia Rimini-San Marino, dismessa dal secondo dopoguerra, sono oggi privilegio di chi fa jogging nel parco; e così, infine, le cisterne quattrocentesche sotto la Piazza della Libertà, vuotate e rese accessibili per necessità tecniche, si sono convertite in suggestivi fumoir riservati ai custodi del Palazzo del governo.
Primo in ordine cronologico è il caso del ristorante Diamond di Giuseppe Vaccaro, realizzato nel 1947 nel cuore della città storica di San Marino. In quegli anni una colata di cemento si apprestava a investire il litorale romagnolo deturpandone per sempre il profilo, per rispondere con attrezzature alberghiere e ricreative alle ondate di turismo estivo che premevano sui piccoli centri costieri. La città di San Marino, ad appena venti chilometri dalla costa, cominciava allora ad equipaggiarsi di conseguenza, registrando già nel 1949 oltre 200 mila presenze turistiche, che nel 1955 sarebbero giunte a superare il milione. Giuseppe Vaccaro (1896-1970), bolognese di nascita e romano di professione, dieci anni prima aveva costruito a Cesenatico un’imponente megastruttura fascista, la Colonia marina dell’Agip (1936-38), forse la più riuscita delle colonie estive realizzate sul suolo italiano negli anni del regime. Accostato a questo capolavoro di linguaggio razionalista, il ristorante sammarinese dell’immediato dopoguerra può considerarsi minore solo per la scala dell’intervento, e appare oggi come un piccolo gioiello dell’architettura d’interni degli anni cinquanta, di dimensioni contenute ma dall’energia cromatica e formale ancora intensa. Vaccaro accosta pareti di roccia bocciardata a superfici intonacate con frammenti ad affresco, a controsoffitti costituiti da stucchi a prismi sfaccettati e da pannelli rettilinei posizionati secondo piani inclinati e sfalsati. Il risultato è una sequenza di tre ambienti contigui, vibrante di tensioni che oscillano dalla forza rustica delle grotte preistoriche al rigore geometrico dell’abitacolo di navicelle spaziali. Una eccezionale “firma” dell’architetto compare sulla parete della sala principale del ristorante: si tratta di un dipinto che rappresenta il prospetto stilizzato della facciata della chiesa di Sant’Antonio Abate di Recoaro Terme, al quale Vaccaro stava allora lavorando (1949-51) e che dimostra con orgoglio l’importanza di questo piccolo ristorante all’interno del suo itinerario espressivo.
Un caso opposto è costituito invece dalla chiesa della Beata Vergine della Consolazione, realizzata da Giovanni Michelucci (1891-1990) nel centro di Borgo Maggiore. L’architetto fiorentino ripropone sul ciglio della superstrada che collega Rimini e San Marino, poco distante dall’area dove sorgeva l’antico santuario che custodiva l’icona della Madonna della Rupe, distrutto dai bombardamenti del 1944, una sorta di alter ego della celeberrima ‘chiesa dell’Autostrada del Sole’, di poco posteriore e tuttavia finora quasi ignorato dalla storiografia. Elaborato tra il 1961 e il 1964, il progetto attraversa diverse fasi di maturazione fino a giungere alla conclusione del cantiere e alla consacrazione della chiesa nel giugno 1967: un volume dal perimetro sinuoso, sviluppato in quattro diversi livelli attorno ad un’aula centrale a tutta altezza, cercando connessioni visive, a monte, con la rupe sovrastante e a valle con l’azzurro del mare Adriatico. Se all’esterno la massa appare come plasmata su un’immaginaria orografia, irregolare e scabrosa come la montagna, all’interno lo spazio risulta strutturalmente intricato eppure arioso, conquistando nei deambulatori perimetrali una dimensione ispirata per la luce di innumerevoli fenditure.
La scuola elementare di Ca’ Caccio meriterebbe un saggio a parte ed è solo una delle numerose ottime prove dell’ingegnere sammarinese Gilberto Rossini (1935). Costruita tra 1967 e il 1971 lungo i tornanti della strada sul versante occidentale del Titano e tutta orientata verso le colline del Montefeltro, la scuola è quasi integralmente congegnata assecondando le curve di livello della montagna, in diversi corpi di fabbrica a terrazzamenti di altezza contenuta, tetto piano e superfici con materiali “faccia a vista”, in muratura di pietra e struttura in beton brut. Gli spazi delle aule, i laboratori, la biblioteca, il refettorio, la palestra, i locali della direzione e dei docenti sono distribuiti da rampe e gradini, ballatoi e aperture a tutta altezza, che mettono gli spazi in continuità visiva, moltiplicando il gioco negli ambienti comuni, stimolando il contatto con la vegetazione all’esterno tramite innumerevoli porte e lunghe finestre orizzontali ad altezza di bambino e conferendo a ciascuna cellula didattica autonomia di utilizzo e libertà di relazione con gli ambienti adiacenti. Quasi un’opera aperta, questa scuola «in forma di città… [dove] non c’è ingresso né facciata principale» costituisce un’eccezionale presenza, salda e discreta, nel panorama architettonico di San Marino.
All’inizio degli anni novanta l’ingegnere genovese Giancarlo De Carlo (1919-2005), protagonista della progettazione socialmente impegnata e sensibile al territorio, all’apice del successo internazionale per la realizzazione del restauro della Facoltà di economia nella vicina Urbino, viene incaricato dalla Cassa rurale di San Marino di realizzare la nuova sede bancaria di Dogana. Il sito scelto fa parte della proprietà Borghesi Manzoni, un complesso costituito da una villa padronale di primo Ottocento – rara testimonianza di architettura residenziale suburbana in territorio sammarinese e unico monumento visibile lungo gli oltre venti chilometri di superstrada che collegano l’arco di Augusto di Rimini e la cima del monte Titano –, da un parco retrostante la villa e da un piccolo volume di annessi rustici, comprendente le cantine al piano inferiore e le stalle a quello superiore, collegato verso la strada a una cappella e a un chiostro di tre ali porticate. Compito di De Carlo è il restauro degli annessi rustici e della cappella, e l’esito del progetto sembra aver ceduto ad alcune licenze creative soprattutto all’esterno e negli spazi aperti di pertinenza, inserendo nuovi collegamenti ed elementi strutturali alieni all’originaria fabbrica in cotto e variando le proporzioni e il numero delle finestre preesistenti. All’interno, l’intervento ottiene un considerevole aumento della superficie utile per l’istituto bancario, ricavando nel sottotetto un soppalco illuminato da un lucernario che apre per intero il colmo della copertura a falde. Poco più a valle, ben più visibile e, forse, più controversa, una seconda opera dello stesso architetto è costituita dalla Porta di Dogana: un ponte in lega metallica costruito in forma di vascello a cavallo del confine tra gli stati italiano e sammarinese (1994-96).
Per un altro restauro, questa volta da realizzarsi nell’edificio più rappresentativo dello Stato, il Palazzo del governo costruito «nel più puro stile comunale italiano» da Francesco Azzurri e inaugurato da Giosuè Carducci nel 29 settembre 1894, viene chiamata ad intervenire l’architetto milanese Gae Aulenti (1928). Il progetto – la cui elaborazione è durata dal 1991 al 1994 e il cui cantiere si è concluso nel 1996 – ha inteso aggiornare servizi e impianti dell’edificio, potenziarne i collegamenti verticali inserendo una nuova scala e un ascensore, ammodernare gli arredi della Sala del Consiglio grande e generale. In questa sala monumentale, dominata dall’affresco di Emilio Retrosi, sono stati sostituiti tutti i seggi del parlamento salvo lo scanno ottocentesco dei due Capitani Reggenti, con nuove sedute dal disegno geometrico e comodo in legni di differenti essenze. «Io credo alle figure dell’architettura, non alle immagini dell’architettura»: ed è proprio grazie a questa sua attitudine, incurante dei topoi dello stile e sensibile al ruolo simbolico del palazzo governativo e al paesaggio che lo circonda, che Aulenti impone anche una radicale sostituzione di tutti gli infissi originariamente in vetro piombato con serramenti a cristalli trasparenti, oltre che l’inserimento di vetrate nei tre arconi che si affacciano sul portico nel prospetto principale.
Ultimo in ordine cronologico di questa rassegna, il World Trade Center San Marino vede coinvolto nella progettazione gli architetti Foster e Partners. Inaugurata nel giugno 2004 e realizzata a Dogana, questa è la prima opera eseguita dallo studio inglese nella penisola italiana, mentre sono in atto i cantieri per la nuova sede dell’Università di Torino e la stazione dell’Alta Velocità di Firenze. Il complesso è costituito in pianta da due porzioni di cerchio con le convessità raffrontate e disposte ortogonalmente, rivolte verso sud e verso ovest per intercettare in lontananza il panorama costituito dal profilo verdeggiante del monte Titano e delle sue torri; dalla superstrada sono invece visibili i prospetti rettilinei affacciati a nord e ad est, che si stagliano con imponenza sulle basse costruzioni adiacenti. Gli otto piani fuori terra del World Trade Center si elevano su una piattaforma dal perimetro irregolare che contiene una piazza pavimentata in forma di settore di cerchio e un primo livello di parcheggio; al di sotto di questa quota, altri due piani di parcheggi a terrazzamenti e di spazi non ancora utilizzati.
Con una sezione dedicata al paesaggio, alle architetture senza nome e alle infrastrutture abbandonate, si conclude la sequenza degli spazi giudicati socialmente attivi in territorio sammarinese. Da una parte, dunque, le infinite suggestioni di un percorso all’aperto, il dialogo imprevedibile dei cittadini con gallerie e cave dismesse, il “richiamo” del vuoto di cisterne in cui poche gocce fanno eco al rumore dei passi. Dall’altra l’eccezionale disegno di un ristorante degli anni quaranta in centro storico, un analogon della chiesa più popolare dell’architettura italiana degli anni del boom economico, una scuola elementare perfetta e invisibile nella vegetazione del monte Titano. E ancora, vent’anni più tardi, una Cassa rurale nell’annesso rustico di una villa ottocentesca e un falso palazzo comunale che si libera di arredi e dettagli in stile a favore di criteri di trasparenza e funzionalità, e l’ennesima speculazione edilizia di un grande centro commerciale e terziario, la cui astratta geometria è tuttavia in grado di dotare ogni unità immobiliare del più spettacolare degli orizzonti. Questa è la verifica che abbiamo operato sul territorio di San Marino: una verifica che ha portato alla luce una qualità inaspettata, sapientemente definita da Joseph Rykwert come «la seduzione del luogo». Una qualità in grado di far parlare l’architettura e di generare vita.